
(di Pippo Gallelli – fonte EUROPA DOMANI)
Il 26 marzo 2000 Vladimir Putin veniva eletto per la prima volta presidente della Russia. Da allora sono passati venticinque anni, e il volto del Paese è cambiato radicalmente, segnato da una crescente deriva autoritaria che ha trasformato le elezioni in un rituale di regime. Le presidenziali del 2024, ufficialmente vinte con quasi il 90% dei voti, sono state caratterizzate da accuse di brogli, dall’uso di un opaco sistema di voto elettronico e dal coinvolgimento forzato delle regioni ucraine occupate. Tutto questo in un contesto in cui l’opposizione è stata sistematicamente eliminata: i principali dissidenti sono in esilio, incarcerati o morti, come Boris Nemtsov e Alexey Navalny. Nel Paese, anche solo schierarsi contro la guerra in Ucraina può costare fino a 15 anni di prigione.
Putin arrivò al Cremlino dopo essere stato per otto mesi a capo dell’intelligence e poi, per quattro mesi, primo ministro. La sua ascesa fu sancita dal passo indietro di Boris El’cin, che si dimise a sorpresa la notte del 31 dicembre 1999, indicandolo come suo successore. Nei suoi primi anni al potere, Putin guidò la Russia attraverso la seconda guerra cecena e represse brutalmente ogni forma di dissenso. Gli anni 2000 furono segnati dalle stragi del teatro Dubrovka a Mosca e della scuola di Beslan, oltre che dagli omicidi della giornalista Anna Politkovskaya e dell’ex ufficiale dei servizi segreti Aleksandr Litvinenko.
Parallelamente, il Cremlino iniziò a consolidare il controllo sui media e a reprimere il dissenso politico. Emblematico il caso del magnate del petrolio Mikhail Khodorkovsky, incarcerato nel 2003 con accuse ritenute da molti di natura politica. Nel 2008, scaduto il limite di due mandati consecutivi, Putin lasciò la presidenza al suo fedelissimo Dmitri Medvedev, ma mantenne il potere come primo ministro, tornando poi al Cremlino nel 2012. Da allora ha rafforzato ulteriormente il suo dominio, modificando la Costituzione per allungare il mandato presidenziale da quattro a sei anni e successivamente azzerando i limiti di mandato, garantendosi la possibilità di restare in carica fino al 2036.
Sul piano internazionale, il suo governo è stato segnato da conflitti e tensioni crescenti con l’Occidente. Nel 2008 la Russia invase la Georgia, mentre nel 2014 annesse illegalmente la Crimea dopo la rivoluzione di Maidan in Ucraina. Poco dopo, il Cremlino sostenne i separatisti nel Donbass, alimentando una guerra che sarebbe poi sfociata, nel 2022, nell’invasione su larga scala dell’Ucraina. L’aggressione ha portato a sanzioni economiche senza precedenti e a un crescente isolamento diplomatico della Russia, che però non hanno scalfito il potere di Putin.
Le elezioni del 2024 hanno suggellato il suo controllo assoluto, svolgendosi in un clima di repressione totale. Con l’opposizione decimata, il Cremlino ha blindato il voto, assicurandosi un plebiscito scontato. La morte in carcere di Alexey Navalny ha rafforzato la convinzione che Putin non tolleri alcuna minaccia al suo dominio. Nel frattempo, le relazioni con l’Occidente rimangono tese, con alcuni spiragli di riavvicinamento dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca.
Dopo un quarto di secolo al potere, Putin continua a consolidare la sua presa sulla Russia, mantenendo un controllo ferreo su politica, economia e apparato statale. Con la Costituzione modificata su misura per lui, la possibilità che resti al Cremlino fino al 2036 non è più solo un’ipotesi, ma una realtà sempre più concreta.
Chi è Vladimir Putin
Vladimir Putin nasce a Leningrado (oggi San Pietroburgo) il 7 ottobre 1952, in una famiglia di umili origini. Cresce in un contesto difficile, in un’URSS segnata dalla povertà del dopoguerra. Sin da giovane sviluppa una forte disciplina e determinazione, che lo porteranno a intraprendere la carriera nei servizi segreti sovietici. Dopo aver studiato giurisprudenza, entra nel KGB, dove lavora principalmente in Germania Est fino alla caduta del Muro di Berlino.
L’immagine di Putin è stata costruita con grande attenzione nel corso degli anni. Fin dall’inizio della sua presidenza, ha cercato di apparire come un leader forte, pragmatico e risoluto, capace di riportare stabilità in Russia dopo il caotico periodo degli anni ’90. La sua propaganda lo ha spesso ritratto in pose da uomo d’azione: pilota jet, guida sottomarini, cavalca a torso nudo in Siberia. Questo culto della personalità ha contribuito a consolidare il suo consenso tra la popolazione russa, specialmente tra coloro che vedono in lui il garante della sicurezza e del prestigio nazionale.
Putin è noto per il suo carattere freddo e calcolatore, con un atteggiamento spesso impassibile anche nelle situazioni più critiche. La sua retorica è improntata al nazionalismo e alla nostalgia per la grandezza dell’Unione Sovietica, temi centrali nel suo discorso politico. Abile stratega, ha dimostrato un’incredibile capacità di adattamento e di eliminazione sistematica dei suoi oppositori, consolidando un potere che, dopo 25 anni, appare più saldo che mai.
Un ruolo chiave nella costruzione della sua immagine è stato giocato dalla propaganda e da una massiccia presenza sui media e sui social network occidentali. Il Cremlino ha saputo sfruttare le moderne piattaforme digitali per diffondere narrazioni favorevoli al presidente, veicolando la sua immagine di leader forte e invulnerabile. Attraverso campagne mirate, ha reso i social un potente strumento di propaganda, rafforzando ulteriormente la presa di Putin anche al di fuori dei confini russi.